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| Uno dei ritratti della mostra: il volto e la mano tatuata emergono da una porta verde, tra i colori decisi che caratterizzano il lavoro di Belinchón. |
Nota dell'autrice — aggiornamento 2026
Questo articolo l'ho scritto nel gennaio 2024, di ritorno da quel viaggio a Valencia. Rileggendolo oggi mi accorgo che è una delle mostre che mi è rimasta più addosso: il modo in cui Belinchón è riuscito a raccontare la vita dietro le sbarre senza mai scadere nella retorica. Ho lasciato il testo così com'era, aggiungendo solo qualche collegamento.
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| La locandina della mostra: "Algo parecido a la libertad", visitabile fino al 25 febbraio 2024 al CCCC di Valencia. |
Algo parecido a la libertad o "Qualcosa di simile alla libertà" è la mostra temporanea di Raúl Belinchón al CCCC, Centro di Cultura Contemporanea del Carme, a Valencia. Questa esposizione è dedicata ad un progetto di Raúl Belinchón che ha dedicato tre anni di complessa preparazione e duro lavoro nel carcere di Picassent a Valencia.
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| Una vista dall'alto del carcere di Picassent, dove Belinchón ha lavorato per tre anni realizzando questo progetto. |
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| Un cortile del carcere fotografato dall'alto, con il gioco di luce e ombra che attraversa lo spazio. |
Con questo lavoro Raúl Belinchón fa un salto di qualità e la sua visione è più personale che mai.
Difende con convinzione e rischio la fusione difficile e ambivalente tra la dura vita in carcere e la ricerca permanente della libertà, o qualcosa di simile come dice il titolo.
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| Un'immagine dal forte impatto visivo: un volto dipinto come un clown sorridente, tra le fotografie più enigmatiche della mostra. |
Cattura e offre allo spettatore i brevi e sottili squarci di libertà di chi, scontando una pena detentiva, è anche capace di generare, dietro i muri e le sbarre che lo separano dalla vita sociale, spazi e momenti di amicizia, solidarietà, lavoro, risate, lettura, sport, creatività o amore.
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| Un uomo prende il sole disteso su una sdraio, tra le piante di un piccolo cortile: uno di quei momenti di normalità che la mostra cerca di raccontare. |
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| Cinque donne posano con teste di manichino parrucate, parte di una delle installazioni della mostra. |
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| Un momento di affetto in cella: uno degli squarci di vita quotidiana che Belinchón ha voluto raccontare, lontano dai cliché del carcere. |
Nella sua mostra Belinchón cerca di destigmatizzare l'immagine dei prigionieri, per farlo si avvicina a questi profili attraverso quattro blocchi chiave: oggetti modificati, ritratti, il momento dell'ultimo raggio di luce e le installazioni.
Per immortalare tutto questo ha visitato instancabilmente il carcere per tre anni, settimana dopo settimana, conquistando la fiducia dei protagonisti.
"All'inizio entravo ma senza tirare fuori la macchina fotografica, poco a poco cominciavo a purificarmi e a svuotarmi dei pregiudizi che portavo su di loro.
Pregiudizi condizionati dai cliché del mondo carcerario, di quello che ci raccontano nei film e nelle serie televisive.
Lontano dalla prima immagine di "intruso" Belinchón, con il passare del tempo è riuscito ad impossessarsi dei prigionieri e a farsi raccontare le storie della loro vita.
In uno dei blocchi li ha ritratti accompagnati dall'immagine di un testo sul momento più importante, l'infanzia felice, facendoli conoscere al visitatore
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| Wilson, 57 anni: uno dei ritratti accompagnati dalla scheda sul ricordo più felice dell'infanzia, il blocco più intimo della mostra. |
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| Uno sguardo diretto dietro le sbarre: il volto in parte coperto da una bandana rende ancora più intenso lo sguardo. |
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| Un ritratto frontale davanti a una parete su cui compaiono parole scritte a mano — economia, cultura — quasi un dialogo silenzioso con lo sfondo. |
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| Un piccolo telefono cellulare nascosto in un rotolo di carta igienica: uno degli "oggetti modificati" raccolti da Belinchón, testimonianza dell'ingegno per aggirare le regole del carcere. |
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| Un flacone di deodorante svuotato e trasformato in dispositivo elettronico, accanto ad altri oggetti riadattati: l'ingegno di chi vive dietro le sbarre. |
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| Un piccolo assemblaggio di oggetti di uso quotidiano trasformati, accompagnato dal documento ufficiale che ne racconta il ritrovamento. |
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| Altri oggetti modificati esposti nella mostra, realizzati con materiali di fortuna. |
Raúl Belinchón nato a Valencia nel 1975 attraverso la fotografia fornisce diverse visioni della realtà.
Nel corso della sua vasta carriera, nazionale e internazionale, gli sono stati riconosciuti premi quali il World Press Photo e il Fuji EuroPress Photo Awards.
Nei suoi progetti precedenti si è dedicato ai luoghi di transito come tunnel, scale o nastri trasportatori, allo spazio vuoto degli spettatori negli auditorium e nei teatri di tutto il mondo.
Si è concentrato anche sul confronto tra passato storico e presente, sull'intersezione tra pubblico e privato in spazio urbano o l'immersione in spazi naturali unici e remoti tra loro come Las Hurdes de Extremadura, un piccolo canyon sotterraneo nel nord-est dell'Arizona, nella Patagonia cilena o nell'Antartide.
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| Un'immagine che chiude idealmente il percorso della mostra: la libertà vista da dentro le sbarre. |
Quel viaggio a Valencia mi ha regalato altre scoperte curiose, come Llorenç Barber, che suona le città con le campane, e la piccola Casa dei Gatti nel quartiere Carmen.
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