Nolita Express Hostel: dormire in una piccola cabina nella vecchia New York
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| Nella cabina del Nolita Hostel Express |
Un ostello insolito a Manhattan, tra cabine minuscole, arredamento industriale, rumori notturni e la storia di una delle strade più antiche di New York.
Un arrivo un po' avventuroso
Erano circa le dieci di sera quando sono arrivata al Nolita Express Hostel, al numero 220 di Bowery, a Manhattan. Ero appena sbarcata a New York, dopo un viaggio organizzato quasi all'improvviso. Non conoscevo l'inglese e, lo ammetto, ero un po' spaventata: trovarmi in una città così grande, di sera, in un posto completamente nuovo, non era proprio il modo più rilassante per cominciare la vacanza!
Per fortuna, mio cugino e sua figlia, che abitano a New York, mi avevano accompagnata fin lì con la valigia. Alla reception ho avuto una piacevole sorpresa: ad accogliermi c'era un ragazzo italiano dai capelli lunghi, che mi ha spiegato tutto nella mia lingua. Per me, che con l'inglese non me la cavo, è stato un vero sollievo.
Avevo già letto molte recensioni di questo ostello e visto le foto delle "cabine", o "loculi" come le avevo ribattezzate io. Adesso aspettavo solo di sperimentarle di persona.
Un portone poco appariscente
Dalla strada, il Nolita Express Hostel non si nota quasi. È un portone verde, in mezzo a tanti altri, con il numero 220 e la scritta che identifica la struttura. L'ingresso è dimesso e scuro, quasi anonimo. Accanto spuntano dal marciapiede alcuni vecchi tubi metallici e c'è un piccolo ponteggio: particolari che danno all'esterno un aspetto un po' insolito. Se non sai che cosa cercare, potresti passare davanti senza immaginare che cosa ci sia dentro.
Scale, luci soffuse e colori scuri
L'ostello si sviluppava su tre piani, oltre al piano terra. Negli Stati Uniti, però, il piano terra si conta come primo, quindi per loro i piani erano quattro. Io ero al terzo piano, il quarto per loro. Non c'era l'ascensore e, per raggiungere le cabine, bisognava salire a piedi tre rampe di scale piuttosto ripide. Un piano era dedicato alle donne, mentre l'ultimo, dove mi ero sistemata io, era misto.
L'illuminazione era fioca, il pavimento di un marrone scuro e le pareti dipinte di verde intenso. Tutto giocava sui toni scuri, con un'atmosfera quasi teatrale, da edificio con un passato alle spalle.
Mio cugino mi ha poi aiutata a portare su la valigia. Arrivati al piano, si apriva un labirinto di stretti corridoi che davano la sensazione di stare su una nave. Io dovevo svoltare subito a sinistra, poi a destra, e ancora a sinistra…
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| Un particolare del tipico arredamento del Nolita Hostel Express |
Cabine minuscole e letti cortissimi
Avevo prenotato una cabina standard per una persona. C'erano anche sistemazioni un po' più grandi, con un letto più ampio, ma erano meno numerose, più costose e già occupate.
Le cabine più piccole, anzi i loculi, misuravano circa 2,8 metri quadrati e il letto era molto corto: circa 175 centimetri. Io sono alta un metro e settanta e ci stavo giusta giusta, senza praticamente spazio in più! Non oso immaginare quanto possa essere scomodo per una persona più alta di me.
Mi hanno colpita anche le strutture di ferro dei letti, pesanti e dall'aspetto antico. Non so se fossero quelle originali, che avevano ospitato i militari di ritorno dalla seconda guerra mondiale, ma rafforzavano la sensazione di trovarmi in un ambiente rimasto in un'altra epoca.
La cabina non era una vera camera, ma aveva una cosa che per me contava: separava visivamente il mio spazio da quello degli altri ospiti. La privacy, però, era soltanto visiva, non acustica.
Lo spazio per i bagagli era ridotto al minimo. Il mio piccolo trolley stava a terra lungo il letto e si apriva a fatica. Non c'erano armadietti: soltanto un'abat-jour a parete, un ripiano triangolare, uno specchietto, un quadro e due prese. Avevo portato l'adattatore americano e un attaccapanni di fil di ferro, che ho fissato alla bell'e meglio alla griglia superiore. Sarebbe stato comodo averne due. Ciabatte e scarpe finivano sotto il letto, mentre il resto restava alla rinfusa nel poco spazio disponibile.
Nel complesso, nella struttura mi sono sentita tranquilla e al sicuro, anche se la sera, al ritorno, la zona era molto frequentata, con situazioni di disagio miste a una bella movida. Il loculo si chiudeva con un codice numerico che mi è sembrato sicuro.
Bagni condivisi e poco spazio
I bagni, ai piani, erano decisamente pochi per il numero di persone. Ce n'era uno singolo, con un WC e un lavandino con finestra, che usavo quando era libero. Negli altri i WC erano vicini e stretti, come i lavandini, e le docce strette e scure, con poca privacy: non le ho mai usate. Ad ogni piano eravamo in tanti e i bagni erano un po' scarsi. Per le docce ho usato, per fortuna, il bagno dei miei zii e, a volte, se al mattino lo trovavo occupato, anche quello del Capital One Café, in zona Union Square, dove mi trovavo con mia zia.
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| Stretto corridoio del Nolita Express Hostel, con luci soffuse e colori scuri |
Perché ho scelto proprio questo ostello
La scelta dell'alloggio era stata soprattutto una questione di budget. Il viaggio era nato quasi all'improvviso e non avevo intenzione di spendere una fortuna soltanto per dormire.
Per trovare un albergo in una zona abbastanza comoda per incontrare i miei zii, avrei dovuto mettere in conto, secondo le soluzioni che avevo preso in considerazione, una spesa complessiva di almeno 3.000-4.000 euro per lo stesso numero di notti.
Avevo valutato anche un altro ostello, più vicino a Central Park, che mi sarebbe costato circa 1.400 dollari, nello stesso periodo. Probabilmente era più moderno e si trovava in una zona più elegante, ma proponeva letti a castello separati da tendine, in una stanza condivisa.
Ho preferito il Nolita Express Hostel. La cabina era minuscola, ma le pareti mi garantivano almeno una separazione visiva dagli altri ospiti. Un compromesso importante: rinunciare a un po' di comfort, ma conservare un minimo di privacy.
Per otto notti ho speso circa mille euro. Non era poco, naturalmente, ma rispetto alle alternative mi sembrava la soluzione più adatta alle mie esigenze e alle possibilità di quel momento.
Non proprio silenzioso e nemmeno caldissimo
Una cabina così piccola, in una struttura con tanti spazi condivisi, ha anche i suoi inconvenienti.
Le pareti non arrivavano fino al soffitto: in alto c'era una griglia, attraverso la quale i rumori passavano facilmente da una cabina all'altra. Anche l'aerazione era potente e rumorosa e, la sera, l'aria era così fresca che avevo freddo. Un po' di luce filtrava comunque nell'ambiente, ma quella non mi dava particolarmente fastidio.
Mi sono organizzata come potevo: indossavo un maglione per stare più calda e usavo i tappi per le orecchie per attutire i rumori. Non è il posto ideale per chi cerca silenzio assoluto, temperatura regolabile e tanto spazio. Bisogna adattarsi, e io l'ho fatto cercando di rendere la cabina il più confortevole possibile.
Ho dormito poco, ma mi succede anche a casa. In compenso, alzarmi durante la notte mi ha evitato di arrivare disperata al mattino, quando i bagni (anzi, il bagno che avevo adottato) non erano liberi subito.
Un salotto dall'atmosfera industriale e un po' gotica
Tra gli ambienti che mi sono rimasti impressi c'è il salotto comune, con un arredamento molto più elaborato di quello delle cabine: divani Chesterfield di pelle scura, pareti dall'aspetto anticato, fotografie in bianco e nero di attrici e altri soggetti d'epoca, grandi tubi a vista e dettagli di design industriale. Sui tavolini c'erano vecchi telefoni, che sembravano arrivare direttamente da un'altra epoca.
Uno dei particolari più curiosi era una vecchia fisarmonica appoggiata sopra una cassaforte. Era piuttosto malmessa; non ho riconosciuto la marca e, per non fare ulteriori danni, non l'ho toccata.
Durante il mio soggiorno si avvicinava Halloween e avevano cominciato a decorare gli spazi con finte ragnatele; nei giorni successivi sono comparsi anche ragni e pipistrelli. Con le pareti scure, le luci soffuse e l'arredamento industriale, le decorazioni si inserivano perfettamente nell'atmosfera: sembrava quasi una scenografia per un film ambientato nella vecchia New York.
Sono stata solo un paio di sere a tirare tardi nel salotto, davvero comodo. Vicino c'era una piccola saletta con uso cucina e frigorifero.
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| Mentre mi rilasso nello spazio comune del Nolita Hostel Express |
Dal Prince Hotel al Bowery House: una storia particolare
Dopo aver osservato il posto, ho voluto capire qualcosa di più sulla storia dell'edificio. Secondo il sito ufficiale del Nolita Express Hostel, qui si trovava originariamente il Prince Hotel, aperto nel 1927.
Negli anni Quaranta, durante il ritorno dei soldati dalla Seconda guerra mondiale, gli spazi furono riconfigurati in piccole cabine individuali, pensate per offrire un letto e un posto dove custodire pochi effetti personali. Sono le stanze tipiche delle flophouse, le pensioni economiche un tempo diffuse nella Bowery, dove si pagava poco per avere un posto in cui dormire: sistemazioni essenziali, per persone con poche risorse o che avevano bisogno di un riparo temporaneo.
Nel 2011 l'edificio riaprì come Bowery House, dopo essere stato rinnovato. Tra i protagonisti di questa trasformazione c'era l'italiano Alessandro Zampedri, ex pilota automobilistico professionista, insieme all'imprenditore immobiliare americano Sanford Kunkel. L'idea era conservare le caratteristiche cabine del vecchio edificio, aggiungendo design e ambienti comuni più curati per attirare i viaggiatori moderni. Un articolo del Guardian dell'ottobre 2011 raccontava proprio questo contrasto: da una parte la storia delle pensioni economiche della Bowery, dall'altra un alloggio rinnovato che attirava turisti, creativi e viaggiatori internazionali.
La Bowery, una strada con tante vite
Anche la Bowery ha una storia interessante. È considerata una delle strade più antiche di Manhattan e il suo nome deriva dall'olandese bouwerij, una parola legata alle fattorie: in origine collegava le proprietà agricole alla parte meridionale dell'isola.
Tra Ottocento e Novecento la zona è stata associata a locali popolari, pensioni economiche e forte povertà, e per decenni alcune sue parti sono state conosciute come Skid Row, espressione legata alla presenza di persone in difficoltà e di alloggi a bassissimo costo. Ha ospitato anche rifugi e mense per persone senza casa, che hanno continuato a operare mentre il quartiere cambiava. Negli anni più recenti sono arrivati ristoranti, locali, negozi indipendenti e nuove strutture ricettive: oggi si incontrano tracce di epoche diverse, anche se il quartiere non è più quello dei racconti del passato.
Durante il soggiorno, dalle finestre del piano alto potevo osservare la Bowery di notte, con gli edifici illuminati, il traffico, le ambulanze e le persone che attraversavano la strada. Provavo forti emozioni, perché mi ricordava tanto alcuni vecchi telefilm, con attori che guardavano fuori dalla finestra le luci della città, le réclame, le ambulanze: thriller, ispettori… Mi sentivo tirata indietro da quei ricordi. Poi voltavo lo sguardo e vedevo questo strano posto dove alloggiavo… Dedicherò un articolo a parte a questa strada, perché dietro quello che vedevo dalla finestra c'è una storia molto più ampia di quella del mio ostello.
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| Guardando fuori dal Nolita Hostel Espress - Bowery |
Una nuova vita: il Nolita Express Hostel
Dopo il Bowery House la struttura ha cambiato di nuovo identità ed è oggi il Nolita Express Hostel. Il nome richiama la posizione: Nolita significa North of Little Italy, cioè la zona a nord di Little Italy, vicina a SoHo, NoHo, Chinatown e al Lower East Side. Il luogo ha quindi attraversato diverse fasi: il Prince Hotel, le sistemazioni economiche del passato, la trasformazione in Bowery House e infine l'ostello in cui ho soggiornato io.
Le cabine sono ancora l'elemento che più colpisce chi entra per la prima volta: un modo molto particolare di sfruttare gli spazi, lontano dalle camere d'albergo a cui siamo abituati.
Un ricordo particolare del mio viaggio
Non avevo scelto questo ostello perché fosse bello o confortevole, ma perché era il compromesso migliore per un viaggio improvvisato, con un budget limitato e la necessità di raggiungere facilmente i miei zii. Le cabine erano minuscole, i rumori si sentivano facilmente e la temperatura non era sempre ideale. Eppure il salotto, i dettagli curiosi e la storia dell'edificio mi hanno lasciato ricordi che vanno oltre il semplice posto in cui ho dormito.
Quella sera ero arrivata stanca, un po' spaesata e ancora alle prese con l'emozione di essere finalmente a New York. Ora, riguardando le fotografie, anche quell'ostello è diventato parte del viaggio: una delle prime sorprese di una città che, fin dal mio arrivo, ha cominciato a mostrarmi mille volti diversi.
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| L'ho messa sullo scherzo... essendo cabine che dovevano ospitare militari, mi sono messa in versione marinara, perché in effetti corridoi e cabine possono ricordare l'interno di una nave. |








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