Viaggiare da soli dopo i sessant'anni: quello che ho imparato in due giorni tra libertà e limiti
Il Lago della Ninfa e un cellulare quasi scarico
Volevo semplicemente allontanarmi per qualche giorno da Bologna, stare all'aria aperta e vedere se avevo ancora voglia di fare piccole avventure da sola. Mi chiedevo anche cosa fare dopo i sessant'anni per continuare a fare esperienze nuove, senza limitarmi a ripetere sempre le stesse abitudini
Negli ultimi anni avevo già fatto qualche uscita del genere. Non sempre era andata bene. Anzi, spesso avevo dormito poco e il giorno dopo ero tornata stanca. Eppure continuavo a ripartire.
Questa volta la meta era il Lago della Ninfa, con l'idea di passare una notte fuori e poi salire verso il Monte Cimone.
Il viaggio era iniziato qualche ora prima in uno dei paesi dell'Appennino che frequentavo da bambina con i miei genitori. Quel ritorno nei luoghi della memoria merita un racconto a parte.
Quando arrivai al lago era ancora pomeriggio. C'erano famiglie, bambini, gruppi arrivati in pullman e persone che passeggiavano lungo le rive. Per qualche ora tutto corrispose abbastanza bene a quello che avevo immaginato.
Già nel pomeriggio, però, avevo notato una quantità insolita di insetti. A un certo punto mi venne persino da scherzare tra me e me: "Ho i coleotteri nei capelli." Allora mi fece ridere. Il giorno dopo un po' meno.
Poi il lago iniziò lentamente a svuotarsi. Gli chalet chiusero. Le persone se ne andarono.
E io rimasi lì.
Fu allora che mi resi conto di avere un problema. Il cellulare era quasi scarico. Lo avevo scoperto già durante il viaggio. Avevo provato a ricaricarlo usando la presa dell'accendisigari della macchina, come facevo con la mia vecchia auto, ma non funzionava. Da quel momento avevo iniziato a risparmiare batteria. Poche foto. Pochi messaggi. Poco telefono.
Poi notai un piccolo bagno a pagamento vicino agli chalet. Costava cinquanta centesimi. Inserii una moneta da un euro e la porta si aprì. Dentro trovai molto più di quanto sperassi. Luce. Acqua. Prese elettriche. Per quasi un'ora quel bagno diventò la mia base operativa.
Mentre il telefono si caricava lentamente mi lavai, riordinai lo zaino e ripresi in mano il libro di Philip Dick che avevo iniziato a leggere nel pomeriggio. La cosa buffa è che ero quasi felice. Ero partita senza sapere dove avrei ricaricato il telefono e senza una vera soluzione per la serata.
All'improvviso avevo trovato un posto dove fermarmi, sistemarmi e rimettere un po' d'ordine nelle cose. Quando uscii, il lago era deserto. Non c'era più nessuno. Per la prima volta da quando ero arrivata mi resi conto che avrei trascorso la notte praticamente da sola.
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| Il Lago della Ninfa |
Una notte nella Toyota Yaris
Tornai alla macchina. Ed entrò in scena il problema successivo. Dormire. O meglio: provare a dormire in auto per una notte. La vera difficoltà non era il bosco. Era la Toyota Yaris.
Sono alta un metro e settanta, peso più di ottanta chili e ho superato i sessant'anni. Dentro quella macchina lo spazio sembrava restringersi a ogni tentativo di trovare una posizione comoda. Non ero soltanto troppo grande per la Yaris. Ero anche meno flessibile di quando avevo vent'anni.
Per passare dai sedili davanti a quelli dietro senza uscire all'aperto dovevo piegarmi, girarmi e contorcermi in modi improbabili. A un certo punto mi sembrò più facile farmi male da sola dentro l'auto che incontrare un lupo fuori.
Poi c'erano i finestrini. Se li coprivo bene nessuno poteva vedere chi ci fosse dentro. Questo mi rassicurava. Ma allo stesso tempo io non vedevo più nulla fuori. Se lasciavo qualche spiraglio mi sentivo meno isolata. Però avevo la sensazione di essere più esposta. Passai parecchio tempo a cercare un compromesso. Un po' nascosta. Un po' in osservazione.
Il sonno tardava ad arrivare. Più passavano le ore e più mi rendevo conto che la parte difficile di queste avventure non era organizzare il viaggio. Era attraversare la notte. Restare lì. Aspettare. Verso le tre o le quattro del mattino ero ancora sveglia.
Attraverso uno spiraglio tra le coperture dei finestrini vidi un piccolo pezzo di cielo. Riconobbi una parte dell'Orsa Maggiore. Fu sufficiente per farmi venire un'idea. Più in basso, vicino agli chalet, c'era una piazzetta più aperta. Pensai che forse da lì avrei visto meglio le stelle.
Accesi la macchina e mi spostai lentamente. Fu allora che scoprii una cosa curiosa. Durante la notte avevo sentito passare poche auto. Alcune erano tornate indietro. Due no. Avevo immaginato che avessero proseguito lungo la strada che scende verso Canevare. Invece le trovai ancora lì. Parcheggiate nella piazzetta. Non sapevo se ci fosse qualcuno dentro. Non sapevo nemmeno se appartenessero a persone che stavano dormendo lì. Sapevo soltanto che c'erano.
Mi fermai vicino alla colonnina di ricarica delle e-bike e delle auto elettriche, uno dei pochi punti illuminati della zona. Per qualche motivo mi sentii più tranquilla. Non scesi dalla macchina. Non volevo fare rumore. Così rimasi in auto. Ad aspettare l'alba.
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| La mia macchina, Toyota Yaris, nel bosco |
La domanda che mi accompagna a sessantatré anni
Verso le cinque comparve il primo chiarore. Mi sembrò sufficiente. Riaccesi la macchina e tornai verso il punto in cui avevo trascorso la notte. La cosa strana è che proprio allora riuscii finalmente a dormire un po'.
Mi tornò in mente una domanda che mi faccio spesso negli ultimi anni.
Perché continuo a fare queste cose, a sessantatré anni?
Perché continuo a partire da sola, a cercare posti nuovi, a complicarmi la vita con viaggi che a volte finiscono bene e a volte male?
Da donna di sessantatré anni che spesso viaggia da sola, non stavo cercando soltanto una meta. Stavo cercando di capire che forma potesse avere questa fase della mia vita
La risposta non era il risparmio. Non era nemmeno l'avventura. Credo che la risposta fosse un'altra.
Con gli anni il mondo tende a restringersi.
Si perdono persone. Si perdono occasioni. Alcune amicizie cambiano. Altre non bastano più. E molte delle possibilità che sembravano naturali a vent'anni smettono semplicemente di esistere.
Allora bisogna inventarsi qualcosa. Una formula personale. Magari imperfetta. Magari scomoda. Magari persino un po' assurda. Ma propria.
Forse è per questo che continuo a partire. Non perché abbia trovato la formula giusta.
Ma perché la sto ancora cercando.
Verso il Monte Cimone
Dopo qualche ora di sonno leggero mi preparai per salire verso il Monte Cimone.
La prima sorpresa arrivò ancora prima di iniziare a camminare. Il parcheggio. O meglio, il fatto che fosse a pagamento anche in estate. Il giorno prima avevo visto i cartelli senza farci troppo caso. Avevo dato per scontato che riguardassero soprattutto la stagione sciistica. Soltanto quella mattina capii che gli otto euro andavano pagati comunque.
Non era una cifra enorme. Eppure quella scoperta mi infastidì più del dovuto. Non per il prezzo. Per quello che, senza che me ne rendessi conto, avrebbe iniziato a rappresentare. Decisi comunque di proseguire.
L'invasione delle mosche
La montagna era lì. Ero arrivata fin lì per quella.
Poi arrivarono le mosche. O forse mosconi. O forse qualunque altra creatura volante abbia deciso di rendermi la vita impossibile quel giorno.
Erano ovunque: nei capelli, sul viso, sulle braccia. Mi ero dimenticata il cappello e a un certo punto mi sistemai una maglia in testa come potevo. Non era elegante, ma a quel punto dell'eleganza mi importava poco.
Gli insetti continuavano a infilarsi nei capelli e qualunque protezione sembrava meglio di niente. Dopo un po' le mani non bastarono più. Così iniziai a staccare dei rami pieni di foglie e a usarli come ventagli improvvisati.
Camminavo agitando il mio ramo e pensavo che le mucche, almeno, hanno una coda. Io no. La cosa curiosa era che non vedevo una sola mucca nei prati. Eppure gli insetti sembravano aver scelto me come bersaglio principale. Calda, sudata e in lenta salita verso il Cimone.
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| No cappello, solo maglia in testa |
Un Cimone diverso da come lo ricordavo
Arrivata sull'altopiano trovai un posto dove sedermi. La vetta era ancora lì e probabilmente avrei potuto raggiungerla. Ma non ne avevo più voglia. Restai ferma a lungo. Forse mezz'ora. Forse un'ora.
Osservando il paesaggio e cercando di riprendere fiato. Fu lì che iniziai a capire che non erano gli insetti a infastidirmi davvero. La cosa strana era che non si trattava di un posto nuovo.
Sul Cimone ero salita molte volte negli anni. Conoscevo già la seggiovia, gli chalet e i sentieri. Ricordavo perfino periodi della mia vita in cui arrivare fin lì era stato più faticoso di quel giorno. Eppure stavolta avevo la sensazione di guardare tutto con occhi diversi.
Forse era il turismo di massa dilagante. Forse ero io. Forse entrambe le cose. Seduta sull'altopiano mi tornarono in mente le pagine di Philip Dick lette la sera prima. Mi chiedevo se avesse mai scritto qualcosa su quella sensazione: vedere il mondo cambiare e non sapere se sia davvero un miglioramento.
Alla fine decisi di scendere. Durante la discesa gli insetti diminuirono quasi all'improvviso. Fu un sollievo.
Quando il corpo decide per te
Tornata alla macchina bevvi, mi sistemai un po' e mi addormentai. Quando mi svegliai ero ancora convinta di andare all'osservatorio astronomico.
Sul resto del programma avevo già qualche dubbio.
Verso metà pomeriggio iniziai ad avere la sensazione che qualcosa stesse andando storto. All'inizio non capii nemmeno cosa. Poi arrivarono il mal di testa e la nausea.
C'era anche un altro dettaglio che stavo sottovalutando. Da qualche giorno avevo un dolore al polso destro che durante il viaggio era peggiorato. Da solo non avrebbe cambiato i miei programmi. Ma insieme a tutto il resto contribuiva a ricordarmi che non stavo bene.
Continuavo a trattare con me stessa.
Cercavo di salvare almeno una parte del programma. Ma il corpo aveva già deciso.
Fu allora che girai la macchina verso Bologna. Il ritorno fu la parte più difficile del viaggio.
Tornare a casa
Il sole del pomeriggio colpiva il lato del guidatore. Il mal di testa cresceva. La nausea non mi lasciava. Le aree di sosta erano sotto il sole. Guidavo piano. Molto piano. In alcuni momenti mi chiedevo come stessi facendo a guidare. Pensavo soltanto ad arrivare a casa.
Non pensavo più alla montagna. Non pensavo più alle stelle. Pensavo al mio letto. Alla mia stanza. Alla possibilità di chiudere una porta e riposare.
Quando arrivai a Bologna trovai una città soffocata dall'ondata di calore. La cosa paradossale era che sul Cimone si stava benissimo. Eppure era casa che stavo cercando.
Il giorno dopo avevo ancora mal di testa e mi sentivo debole.
Ripensando a quei due giorni capii una cosa semplice. Non avevo sbagliato a partire.
Avevo sbagliato a progettare il viaggio come se avessi ancora vent'anni. A sessantatré anni anche il recupero deve entrare nel programma.
Continuerò a partire. Non perché abbia trovato la formula giusta. Ma perché sto ancora cercando la mia formula.




Non sono mai stato sul Monte Cimone, ma ho trovato molto interessante il modo in cui descrivi il viaggio da sola e la ricerca di una formula personale per continuare a sentirsi vivi e curiosi anche dopo i sessant'anni.
RispondiEliminaGrazie per il riscontro ! Non mi dici da dove scrivi ma se non stai lontano ti invito ad una bella visita sugli appennini modenesi :-)
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