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Una lampadina per Leonardo da Vinci

Claudia e Riccardo in trattoria a Firenze mentre ricordano il film Non ci resta che piangere
Un viaggio a Vinci, una cena, qualche bicchiere di vino e l'idea di spiegare la lampadina
e l'elettricità a Leonardo da Vinci.


Viaggio a Vinci tra fulmini, elettricità e qualche certezza di troppo.

La serata era cominciata con me e Riccardo seduti in una trattoria di Vinci: due elettrotecnici arrivati in moto da Ravenna e Bologna per una breve trasferta turistica, con qualche velleità culturale e la discutibile abitudine di parlare con grande sicurezza di cose che forse sarebbe stato meglio lasciare stare.

Dopo aver visitato musei e macchine leonardesche, ci eravamo fermati per una pasta ai funghi che, per l’occasione, avevamo promosso a specialità leonardesca. Non saprei dire se fosse davvero buona o se fossimo noi a trovarla straordinaria per merito del vino.  A tavola ci tornò in mente il famoso film .. Non ci resta che piangere.

Non ci resta che piangere

«Ti ricordi Troisi e Benigni quando volevano inventare la lampadina nel Quattrocento?» chiesi. Riccardo sorrise. «Certo. Noi però siamo elettrotecnici, è diverso ..»
«Se avessimo incontrato Leonardo, gliel’avremmo spiegata noi !», dissi, forte del fatto mio.  
«Un filo, una lampadina e la corrente che fa il resto ». 

Ci sembrava tutto semplicissimo. Ci eravamo però dimenticati di una cosa: Leonardo non conosceva nulla di ciò di cui stavamo parlando.

La porta sbagliata.

Finita la cena, e il vino ... cercammo l’uscita. L’ingresso era piuttosto tortuoso e cominciavamo ad avere la sensazione di esserci smarriti. 

C’erano diverse porte e Riccardo ne indicò una .
«È questa», disse con sicurezza.

La aprimmo e ci ritrovammo in una stanza che non aveva nulla a che fare con la trattoria: grande, quasi spoglia, con pareti nude e un grande scrittoio di legno coperto di fogli e disegni. Allo scrittoio, curvo sui suoi lavori, stava Leonardo.

Ci fermammo. Ci guardammo. 
«Claudia…» 
«Lo vedo.»
L’uomo alzò lentamente la testa e ci osservò, per niente sorpreso. Ci indicò una panca.
«Sedetevi, se volete.» 
«Ci scusi», dissi, avvicinandomi con cautela, «stavamo cercando l’uscita.»
«L’uscita è da quella parte», rispose, indicando una porta alle nostre spalle. 
Poi ci studiò di nuovo. «Voi non siete di queste parti.»
«Lei ci ricorda qualcuno», dissi.
«Chi?»
«Leonardo da Vinci.»

Rimase in silenzio, poi sospirò. Prese una lampada e alzò la fiamma, l'ambiente era davvero buio. Ora riuscivamo a vederlo meglio: era lui, o almeno la persona più simile a Leonardo da Vinci che avessimo mai incontrato.

Claudia e Riccardo incontrano Leonardo da Vinci nel suo studio
Una porta sbagliata e ci ritroviamo davanti a Leonardo. O almeno così sembra.

Leonardo non conosce l'elettricità

« Però Leonardo.. » azzardai .. « qui ci vorrebbe una lampadina.»
Si voltò verso di me. « Una cosa? »
« Una lampadina. »
« E che cosa è? »
« È un oggetto di vetro collegato con un cavo. Ci metti l'interruttore, poi attacchi la spina alla presa e, quando accendi l’interruttore, la lampadina fa luce.»
«E la luce come la fa?»
«Con la corrente elettrica.»

Riccardo cercò di rimettere ordine nella spiegazione. «Dovremmo partire dall’inizio: prima cos’è l’elettricità, poi cos’è la corrente elettrica.»

«L’elettricità», ripeté lentamente Leonardo. «E che cosa sarebbe?»

Riccardo partì con entusiasmo. «La corrente può essere continua oppure alternata. Monofase, trifase…» 

Leonardo alzò una mano.
«Aspetta. La corrente la conosco: quella dell’acqua, i mulini, le onde. Ma questa che dite voi, cosa porta? Monofase, alternata… avete bevuto troppo?»

Riccardo non si lasciò fermare. «La corrente la puoi vedere anche nei fulmini. Quando un fulmine arriva a terra, c’è un enorme passaggio di corrente elettrica.»

A quella parola Leonardo cambiò espressione. «Il fulmine

Cominciò a raccontarci dei lampi, del frastuono del tuono, dell’acqua agitata e dei pesci spaventati, cose che aveva osservato e studiato molto prima che qualcuno parlasse di elettricità come ne parlavamo noi.  

Leonardo da Vinci, studio del Diluvio con vortici e fenomeni atmosferici
Leonardo da Vinci, A Deluge, circa 1517–1518, Royal Collection, Windsor. Lo studio appartiene alla serie di disegni dedicati al Diluvio e ai grandi fenomeni atmosferici.

Il fulmine

«Sì, appunto. Quello è un fenomeno elettrico», disse Riccardo.
«Elettrico?» chiese Leonardo.
«Sì. E poi, molti anni dopo di te, ci sarà anche Galvani, a Bologna, con le sue rane…»
Leonardo lo fissò. «Galvani chi?»
«Lascia stare», disse Riccardo. «È uno che verrà dopo.»

Riccardo proseguì: l’elettricità si può produrre strofinando l’ambra con la lana; ci sono gli atomi e dentro gli atomi gli elettroni, che possono spostarsi e produrre il passaggio di corrente. Leonardo ascoltava pensieroso.

Il tungsteno e i LED

Fu lui a riportare il discorso alla lampadina. «Lasciamo perdere per un momento questa vostra elettricità. Cerchiamo piuttosto di capire che cos’è questa lampadina.»

Riccardo: «Serve innanzitutto una sorgente di corrente — una pila o una batteria. Poi un filo conduttore, per esempio di rame, e un materiale che opponga resistenza al passaggio della corrente. La corrente attraversa questo materiale, che si scalda e diventa luminoso: è il filamento.»

«E di quale materiale sarebbe fatto?» chiese Leonardo.
Riccardo esitò un istante. «Tungsteno.»
Poi, per sdrammatizzare: «È un metallo che non si arrende facilmente. Un po’ come noi dopo il terzo bicchiere .»
Mi sentii di intervenire io per rafforzare la questione «Dai Riccardo, parlagli dei LED. Ormai siamo andati avanti!»

Leonardo ci guardò, senza sorridere. «Prima il tungsteno, ora questi Led. Mi pare che siate due burloni di passaggio.»

Imbottigliare i fulmini

Alla fine si alzò. «Va bene .»

«Leonardo, però possiamo aiutarti», dissi.
«No .»
«Ma la lampadina…»
«Ho inteso.»

Ci accompagnò verso la porta. Prima di aprirla si voltò verso di noi.  «La prossima volta mi inventerò qualcosa per imbottigliare i fulmini. Così almeno avrete la vostra corrente.»

Aprì la porta . «E magari riuscirete finalmente a fare questa vostra lampadina.»

Uscimmo. La porta si richiuse dietro di noi e rimanemmo nel corridoio in silenzio.

«Secondo te ci ha creduto?» chiese Riccardo.
«No.»
«Secondo me pensa che siamo due deficienti.»
«Probabile.»

Facemmo qualche passo, poi Riccardo si fermò.
«Però l’idea di imbottigliare i fulmini non era male.»

E tornammo alla trattoria a cercare l’uscita — o almeno quella che credevamo fosse ancora la nostra epoca.


Leonardo da Vinci osserva un fulmine dentro una lampada
E se Leonardo avesse provato a imbottigliare un fulmine per costruire la sua lampadina?



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Quello che Leonardo sapeva davvero su fulmini ed elettricità

Insomma tutto questo gioco per arrivare a dirvi che Leonardo, nei suoi disegni, ci fa vedere temporali, vortici d'acqua, il Diluvio — e si capisce che il fulmine lo aveva osservato eccome.

Osservava molto la natura, i suoi quaderni lo dimostrano. Ma il fulmine, per lui, restava quello che vedeva: un fenomeno naturale. Non poteva ancora pensare che dietro ci fosse una scarica elettrica, semplicemente perché l'elettricità, come la intendiamo noi oggi, non era ancora stata messa insieme in un'idea.

Qualcosa però si sapeva già. Gli antichi avevano osservato che l'ambra, se strofinata, attirava piccoli oggetti: quello che oggi chiamiamo elettricità statica era già lì, sotto gli occhi di tutti. Solo che nessuno aveva ancora collegato quella cosa strana dell'ambra al lampo che attraversava il cielo.

Per arrivare alla dimostrazione sperimentale del legame tra elettricità e fulmini bisognerà aspettare il Settecento, con Benjamin Franklin e gli esperimenti ispirati alle sue ipotesi.



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